Catelli: “Ho sparato per difendere mio figlio”

Catelli: “Ho sparato per difendere mio figlio”

Per la prima volta Antonio Catelli, l´ex guardia giurata di Sergio Pininfarina, parla. Lo fa nello studio del suo avvocato, Carlo Mussa, e per un motivo preciso. «Sono stanco di sentire falsità sul mio conto – dice con un soffio di voce – non sono un giustiziere, sono semplicemente un padre che ha difeso il figlio aggredito. Prima di quella sera non avevo mai estratto la pistola per sparare». «Quella sera» è il 6 dicembre 2008, il luogo è piazza Montanari. Lì Catelli, intervenuto in aiuto del figlio Mario che aveva avuto un diverbio con Carlo Latona, il cui cane aveva fatto cadere la figlioletta, ha sparato per la prima volta con la sua Ruger 357 uccidendo un uomo e ferendone un altro. Dapprima accusato di omicidio colposo per eccesso di legittima difesa, è ora imputato di omicidio volontario e tentato omicidio. E con lui è indagato anche il figlio.

Catelli, è passato più di un anno da quella sera. Come vive ora?
«Male. Non riesco più a chiudere occhio, appena mi corico sul letto mi torna in mette quella scena. È difficile spiegare la violenza di quella sera. Non era una lite, era un tentativo di linciaggio. Non avevo mai visto niente di simile. Non sono un assassino. Sono sempre stato dalla parte delle legge. Ho 61 anni. Ero un ragazzo quando mi sono arruolato nei carabinieri. Ci sono rimasto dal ´67 al ´73, poi ho messo su un´agenzia di guardie giurate. Nel ´79 ho avuto un incarico dall´Unione Industriali, dovevo proteggere il presidente Pininfarina che, quando ha terminato il suo mandato, mi ha voluto con sé. Momenti di tensione, quindi, ne ho vissuti molti, ma prima di quella sera non avevo mai estratto la pistola…».

Che cosa è successo davvero in piazza Montanari?
«A me ha telefonato mia moglie dicendo che Mario, mio figlio, stava litigando con il padrone del cane che, correndo, aveva fatto cadere la mia nipotina. Arrivo in piazza convinto di poter risolvere tutto con quattro battute. Mi conoscono tutti lì, mi chiamano “il nonno”. Sa quante liti ho spento con le parole giuste? Stavo parlando con Mario quando è arrivata un´auto con tre persone a bordo. Due ci sono venute incontro. Ho visto che uno dei due stava arrotolandosi qualcosa sulla mano. Credevo fosse una catena, ho poi saputo che era un cavo di acciaio. Non hanno detto una parola. Uno ha subito tirato un pugno a mio figlio. L´ho parato con la mano, mentre Mario reagiva. Vedo che l´altro sta per estrarre una pistola. Metto la mano sotto il giubbotto, afferro la mia Ruger e sparo d´istinto, senza mirare. Vedo quell´uomo cadere mentre mio figlio è sopraffatto da almeno sei persone che lo stanno pestando. L´uomo a cui ho sparato, e che ho saputo essere Luca Ragusa, respira ancora, cerca di prendere la pistola. Allontano l´arma con un calcio, poi la prendo con due dita per il ponticello del grilletto».

Il suo sparo, l´uccisione di quell´uomo non hanno bloccato la rissa?
«No, tutti continuavano a pestare in un crescendo di violenza. Vedo due persone venire verso di me. I fratelli Latona. Uno ha quel cavo arrotolato nella mano, l´altro impugna i “nunchaku”, i bastoni cinesi. Mostro la pistola che ho raccolto da terra, la mia la tengo puntata verso l´alto. Dico loro di fermarsi, ma quelli continuano a venirmi incontro. Capisco che mi vogliono morto, premo il grilletto e ne vedo uno cadere. Credo di aver sparato un colpo, invece poi mi hanno detto che ne ho esplosi due. Nel frattempo qualcuno mi colpisce alla testa con una catena. Perdo sangue ma resto in piedi. Arrivano i carabinieri e, con gesti lenti, consegno loro la pistola del morto».

Su quell´arma, una Tanfoglio, non sono state trovate impronte di Luca Ragusa. In compenso c´è un profilo genetico di suo figlio. Come lo spiega?
«L´ho sempre detto di averla preso in mano, perdevo sangue. Mi pare scontato che ci sia il mio profilo genetico. Mio figlio però non l´ha toccata, non ha mai toccato una pistola in vita sua. E poi si può davvero credere che io sia arrivato in piazza con due pistole e abbia simulato tutta questa scena? Infatti il gip ha respinto la richiesta del pm che avrebbe voluto arrestarmi nuovamente. Ho sparato per difendere mio figlio, non per uccidere. È stato tutto estremamente confuso…».
Lei e suo figlio siete stati accusati di non aver chiamato i carabinieri. È vero?
«Li aveva chiamati mia moglie. E avevano telefonato anche tante altre persone, presenti sulla piazza, che avevano assistito alla lite per il cane, il dogo argentino».

E ora che pensa di fare?
«Vedere riconosciuta la verità in un processo giusto. Dopo quella vicenda ho perso il lavoro, ora sono in pensione ma sono stato mesi senza stipendio. La mia vita è cambiata, come se fossi caduto in un buco nero, e devo convivere con il ricordo di aver ucciso un uomo. Non voglio pensare a me però, la mia vita l´ho vissuta. Sono preoccupato per mio figlio, lo accompagno al lavoro e poi vado a riprenderlo. È sprofondato nella depressione, cerco di ridargli un soffio di speranza».

(19 gennaio 2010)

Fonte: http://torino.repubblica.it/dettaglio/cate…-figlio/1833388

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